Rovine di Dungur

Surplice: Semiramide

Cavaliere: Emil Jane

Temperatura: Tropicale monsonico (16°/25° C)

Località:  Altopiano a ovest di Aksum, antica capitale del Regno d’Etiopia

Descrizione

Le rovine di Dungur dominano l’altopiano come un’immensa carcassa di pietra consunta dal tempo. La steppa circostante, brulla e chiazzata di arbusti secchi, è battuta da venti caldi che sollevano vortici di polvere rossastra. In questa distesa silenziosa, solo il richiamo lontano delle iene e i rapidi movimenti dei lupi etiopi ricordano che la vita selvaggia ha ripreso pieno possesso del luogo. Un tempo meta di turisti e studiosi, il sito è stato lentamente inghiottito dall’oblio, quando mantenere le strade d’accesso è diventato più oneroso dei guadagni. Oggi pochi conoscono ancora il cammino che porta alle rovine del palazzo della Regina di Saba — un complesso monumentale risalente tra il IV e il VI secolo a.C., che nei suoi giorni di gloria dominava l’altopiano con magnificenza.

I muri superstiti, alti poco più di un metro e mezzo, tracciano ancora con sorprendente precisione il perimetro degli antichi alloggi della servitù, disposti ad anello attorno all’area centrale dove un tempo sorgeva il palazzo principale. Le pietre, levigate dal vento, conservano un’eco remota di grandezza, ma non lasciano intuire il segreto che le profondità del sito celano.

Sotto il pavimento, attraverso l’imboccatura quasi invisibile di un antico condotto di riscaldamento, si apre l’accesso ai sotterranei del Dominio, protetti dallo Spectre di Semiramide. L’ingresso è nascosto da una pesante lastra di pietra quadrata di un metro per lato, mimetizzata tra sterpaglie e ciuffi d’erba. Solo chi sa davvero cosa cercare può trovarla.

I sotterranei si estendono per circa cento metri quadrati, distribuiti in due ambienti dall’aria quieta e sospesa. Le pareti sono nude, segnate da sali minerali e piccole crepe. La sala principale è la più ampia: al centro si trova una vasca di pietra scolpita direttamente nel terreno, ormai asciutta, circondata da tre tavoli di legno scuro posti contro le pareti orientali e meridionali. Il legno è antico ma ancora saldo: superfici lisce e segnate dal tempo, forse antichi banchi da lavoro o tavoli cerimoniali oggi inutilizzati. Su alcuni giacciono strati sottilissimi di polvere, su altri sono visibili piccole incisioni che non sembrano opera di archeologi, ma piuttosto segni lasciati nei secoli da chi ne ha fatto uso — scribi, guardiani, sacerdoti.

Il soffitto è sostenuto da un reticolo di colonne in pietra, disposte come una scacchiera; molte sono integre, altre giacciono al suolo in blocchi spezzati. Dieci torce fissate alle pareti emanano una luce tremula, sufficiente a rischiarare la stanza con un chiarore caldo e irregolare.

Nella seconda stanza, più piccola, una scala di legno consunto conduce all’esterno. Ogni passo su quei gradini produce un lieve scricchiolio che riecheggia in tutto l’ambiente.

Il portale per gli Inferi si trova nella sala principale, incastonato nell’architrave di una porta murata lungo la parete nord. Inerte, appare come una superficie opaca simile a un antico specchio, con bordi incrostati e riflessi appena percettibili. Quando si attiva, una vibrazione sottile attraversa l’aria e lo specchio sembra liquefarsi, come se la pietra stessa si aprisse su un altrove privo di luce.

Al centro della vasca di pietra è collocato l’altare della Surplice.